Recensione di “Storia di Roque Rey” di Ricardo Romero

Ciao a tutti, Fedeli Lettori!
Dopo qualche mese e altrettanti progetti (se non sapete di cosa sto parlando, ho, finalmente, aperto un canale YouTube: se ne volete sapere di più, cliccate qui!), riesco a recensire un libro che ho letto a novembre. Sì, novembre. Comunque, il libro in questione è “Storia di Roque Rey” di Ricardo Romero, inviatomi gentilmente dalla Fazi Editore.

Il giorno in cui lo zio Pedro muore, la zia Elsa chiede a Roque, dodici anni, di indossare le sue scarpe per ammorbidirle un po’ in vista del viaggio nell’aldilà. Così, riempite le punte con il cotone, il ragazzo esce di casa per fare una passeggiata. Non tornerà più. Camminerà per quarant’anni attraverso l’Argentina, senza meta, in una lunghissima fuga costellata di scoperte, di riflessioni e di una serie di incontri indimenticabili: Umberto, un prete epilettico parricida; Los Espectros, un gruppo di musicisti itineranti che lo ingaggia come ballerino; Marcos Vryzas, un bohémien alcolizzato che lo introduce alla vita dissoluta della capitale; Natalia, una bambina dall’intelligenza eccezionale che si innamora di lui e lo tenta col suo fascino ammaliatore. E quando Roque finirà a lavorare in un obitorio, tolte le scarpe dello zio indosserà quelle dei morti, che lo condurranno nei luoghi dove sono sepolti i loro più terribili segreti.

Quando ti ritrovi di fronte a un libro così bello, le pagine non hanno peso; volano via leggere e veloci, non te accorgi nemmeno, di quante ne hai girate, se non quando arrivi all’ultima, ti guardi indietro e pensi: ma chi non legge, come sopravvive?

“Pensò di nuovo che quell’uomo gli sembrava buono, e si domandò se la cattiveria fosse capace di invecchiare.”

Facciamo la conoscenza di Roque Rey quando ha appena dodici anni, e, sua zia Elsa, gli chiede di mettersi le nuove scarpe dello zio Pedro, così da “ammorbidirle un po’” e preparare il terreno per quello che sarà il suo viaggio nel mondo dei più nel modo più comodo possibile. Così Roque, da bravo bambino, obbedisce. Roque cammina, cammina… ma non si ferma. E non lo farà più per quarant’anni. Inizia così il suo personale pellegrinaggio nella terra natia, l’Argentina, e i suoi occhi incroceranno quelli delle persone più disparate, ognuna delle quali avrà un ruolo molto importante nella scoperta della sua vita e del suo Paese. E quando, messe da parte le scarpe dello zio Pedro e assunto in un obitorio, inizia a indossare le scarpe di chi non c’è più, la sua storia si tinge di misteri e oscuri segreti.

“C’erano giorni talmente gelidi e brevi, notti talmente lunghe e silenziose, che l’unico modo per sopravvivere era essere un altro.”

Non saprei proprio dirvi il perché, ma, le mie esperienze in ambito di letteratura sudamericana sono vergognosamente esigue, così, quando mi sono imbattuta in Roque Rey e la sua storia, ho colto l’occasione al volo, e ho provveduto a rimediare a questa mia mancanza. E per fortuna che l’ho fatto, aggiungerei, dato che ho scoperto una penna magnifica e un libro che mi porterò dentro per molto, molto tempo ancora. Quella che ci viene raccontata in queste pagine, infatti, non è solo la storia della vita di Roque, ma è quella di un intero Paese che io ho sempre trovato affascinante ma che non avevo mai avuto modo di approfondire, prima d’ora. Mi piacerebbe dirvi, nel dettaglio, cosa mi ha lasciato questo romanzo, mi piacerebbe riempirvi gli occhi narrandovi le bizzarre avventure in cui si è ritrovato Roque dal giorno in cui ha indossato le scarpe di suo zio, mi piacerebbe parlarvene per ore e provare a darvi un’idea della bellezza di questo romanzo, ma il punto è che io mi ci sono immersa senza saperne nulla, senza leggere nulla se non la trama, e mi è piaciuto da impazzire! Per questo motivo, in questo caso, la cosa migliore che possa dirvi è…non dirvi nulla. Dategli un’occasione, e capirete di cosa sto parlando.

Alla prossima e buone letture, 

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